
Non abbiamo la pretesa di possedere la verità assoluta, né coltiviamo l’ambizione di avere ragione per principio, ma non possiamo accettare supinamente che venga scambiato per ragionevole ciò che, nei fatti e nei numeri, si dimostra insostenibile, contraddittorio e profondamente ingiusto.
Quando un contratto integrativo viene sottoscritto da una sola sigla sindacale, mentre le altre sei lo respingono con motivazioni circostanziate, argomentate e condivise, è doveroso interrogarsi non tanto sull’ostinazione dei tanti, quanto sulla legittimità di una firma solitaria che pretende di imporre una visione minoritaria come fosse l’unica via praticabile.
O siamo di fronte a una diffusa e contemporanea perdita di lucidità collettiva da parte di tutte le altre organizzazioni, oppure — ipotesi molto più lineare e verosimile — esiste più di un punto critico in un accordo che, al di là della retorica impiegata per sostenerlo, solleva perplessità gravi e apre a scenari di frammentazione e sperequazione che un contratto, per sua natura, dovrebbe invece sanare e prevenire.
Il primo e più macroscopico elemento di criticità è rappresentato dall’esclusione sistematica di circa 2.500 lavoratori dall’accesso ai differenziali economici: un’esclusione non solo immediata, relativa all’anno in corso, ma con tutta probabilità strutturale nel tempo, destinata cioè a diventare permanente. Di fronte a un dato tanto pesante, parlare di “buon accordo” appare non solo fuori luogo, ma anche offensivo per chi si ritrova condannato all’invisibilità retributiva pur svolgendo il proprio lavoro con impegno e continuità.
E mentre da mesi si promette una valorizzazione reale sui particolari compiti o sulle posizioni organizzative del personale, ci si ritrova oggi con un nulla di fatto se non un piatto di lenticchie servito a chi avrebbe diritto a molto di più.
Chi opera quotidianamente allo sportello, in contatto diretto con l’utenza, affrontando disagi, pressioni e responsabilità non indifferenti, si vede riconosciuto un incremento orario del 5%, una cifra irrisoria che sembra più un modo per chiudere il discorso che un tentativo serio di valorizzare il lavoro di front office. Non si tratta di premi, ma di contentini, e la differenza è sostanziale.
Ma è sulla questione delle maggiorazioni dell’incentivo ordinario che si raggiunge l’apice dell’iniquità, con una suddivisione a geometria variabile che sancisce una frattura economica arbitraria tra lavoratori che, spesso, svolgono le medesime mansioni ma vengono trattati in modo diverso unicamente in base alla sede di assegnazione.
Questa logica premiale non ha nulla a che vedere con il merito, con l’efficienza, con la qualità del lavoro: è una logica casuale, che crea disuguaglianze invece di risolverle, alimenta conflitti invece di armonizzare interessi, premia non il lavoro ma la collocazione geografica, e lascia sul campo un numero crescente di esclusi, di demotivati, di lavoratori trattati come numeri di troppo.
Chi ha firmato questo contratto potrà forse difenderlo come il migliore possibile nelle condizioni date. Ma ciò che ci viene consegnato oggi non è il “massimo ottenibile”, è semplicemente il minimo accettabile, spacciato per compromesso di buon senso. E accettarlo in silenzio sarebbe, questa sì, una colpa imperdonabile.
Per questo, mentre ci avviamo alla pausa estiva, auguriamo a tutti di trascorrere buone ferie serene e rigeneranti, con la consapevolezza che al rientro continueremo a lavorare insieme, per difendere equità e dignità del lavoro.
Roma, 11 agosto 2025
Il Coordinatore Generale UILPA INPS
Sergio Cervo
