
Ogni anno, puntuale come le zanzare e le dichiarazioni del “ce lo chiede l’Europa”, torna il grande classico: la valutazione del personale. Un rito antico, ormai tradizionale, che non smette mai di stupire – o forse solo di irritare. È la stagione delle schede, delle sorprese al ribasso e delle domande retoriche: “Ma davvero il mio lavoro vale così poco?”
Nel nostro Istituto, la valutazione non è uno strumento di crescita. È più una specie di talent show al contrario, dove nessuno vuole vincere perché il premio è il discredito. Una macchina che dovrebbe motivare e valorizzare, ma che riesce meglio in altri sport: sminuire, dividere, appiattire.
Eterogenesi dei fini, dicono i più colti. Ma noi, più semplicemente, parliamo di fallimento sistemico. Si voleva incentivare l’impegno, ed ecco la demotivazione. Si cercava trasparenza, ed ecco che sbuca l’arbitrarietà. Si invocava la meritocrazia, ed è arrivato il quiz a premi, con regole ignote e premi random.
Appena ci si rassegna alle valutazioni intermedie, arrivano quelle finali, a ricordarci che c’è sempre margine per restare delusi. Perché lavorare in carenza cronica di organico (oltre cinquemila in meno, giusto per non dimenticare) e mandare avanti la baracca con abnegazione, non basta. Serve anche una bella scheda che ti spieghi – in silenzio – che no, non sei abbastanza.
Il punteggio cala dall’alto, come la manna. Solo che invece di nutrirti, ti stronca. Altro che strumento motivazionale: qui siamo al sudoku kafkiano, dove anche chi vince si sente un po’ preso in giro. Il confronto con il valutatore è opzionale – giusto per confermare che la tua opinione pesa quanto una nuvola nel deserto – ma la scheda resta. Come un tatuaggio.
E poi c’è il grande mistero della campana di Gauss: un’equazione che funziona solo su metà campo. Al personale si applica con la rigidità di un regolamento militare. Ai dirigenti? Nulla. Nessun giudizio, nessun voto, nessun rischio di vedere sminuito il proprio operato. Evidentemente, le leggi della statistica si fermano alla soglia degli uffici di direzione.
La Funzione Pubblica invita a valutare anche i dirigenti? L’INPS declina l’invito. Però nel valutare noi, si fa scuola di zelo. Il mantra di Zangrillo – solo il 30% può eccellere – viene applicato con religiosità. Siamo tutti uguali, certo. Solo che alcuni sono più uguali degli altri.
Il termine per contestare le valutazioni è il 30 maggio. Avete tempo per attivare il colloquio o la procedura di conciliazione. Oppure potete semplicemente continuare a lavorare, come sempre, consapevoli che in questo sistema ciò che conta non è quanto vali. Ma quanto ti fanno valere.
Noi continueremo a denunciare questo gioco truccato. Perché la professionalità si misura con il lavoro reale, non con schede scritte a freddo.
E perché un’Istituzione giusta parte dal rispetto di chi la tiene in piedi ogni giorno.
Roma, 15 maggio 2025
Il Coordinatore Generale UILPA INPS
Sergio Cervo
